Testata Il Fatto Quotidiano
Titolo Tagliare l' orario di lavoro è una scelta inevitabile
Il tetto. Il tentativo di raggiungere il pieno impiego si scontra coi limiti della capacità di Stato e imprese di creare abbastanza posti Nel 1978 ci ha provato la Cisl, con il suo "lavorare meno, lavorare tutti". Nel 1998 ha ripreso il tema Rifondazione comunista con le "35 ore". Oggi avanza una proposta in merito il presidente Inps, Pasquale Tridico, con l' appoggio dei Cinque Stelle. Ogni vent' anni si apre uno spiraglio per riflettere sulla questione della riduzione dell' orario di lavoro a pari salario. Ma finora quello spiraglio si è sempre richiuso velocemente, senza dare alcun frutto. Sarà diverso questa volta? All' orizzonte non ci sono segnali che le cose possano evolvere diversamente, perché manca un elemento essenziale affinché l' esito non sia nuovamente disastroso. Di che cosa si tratta? Dell' assenza, nonostante la disgregazione della cultura prevalente, di una teoria, o almeno di un orientamento, che permetta di ragionare sul perché quella strategia, oltre ad essere positiva, è anche l' unica possibile. Ciò è aggravato dal fatto che la maggior parte delle persone non è normalmente consapevole di sperimentare il mondo in un modo culturalmente determinato, ed è ingenuamente convinta di poter pensare e discutere di qualsiasi argomento senza dover educare la propria sensibilità nel confrontarcisi. In questo la storia si ripete. Tra le due guerre mondiali la società fu, infatti, investita da una profonda crisi. La disoccupazione media nei Paesi sviluppati, come per esempio la Gran Bretagna, si aggirò per tutto il ventennio attorno al 15 per cento. Negli Usa il Pil crollò in valore del 50 per cento. Che fare? John Maynard Keynes, cominciò a battersi per una politica di crescenti investimenti pubblici. La sua tesi era relativamente semplice. Per creare lavoro e per produrre occorre una spesa. Le imprese private avevano ormai esaurito il loro ruolo propulsivo, e si astenevano dallo spendere per non incorrere in perdite. Lo Stato doveva supplire alla spesa mancante, mettendo in moto la produzione e soddisfacendo bisogni. Per più di dieci anni l' insegnamento di Keynes cadde nel vuoto più assoluto, perché cozzava col senso comune prevalente. Lo stesso presidente Usa Franklin Delano Roosevelt, che aveva prestato un vago ascolto a Keynes col New Deal negli Usa, tornò rapidamente sui suoi passi, tagliò la spesa federale e fece ritornare la disoccupazione al di sopra del 15%. Quando la società, spossata dalla guerra e memore della lunga crisi, fu abbastanza aperta da accogliere qualche novità, riuscì a far propri gli insegnamenti di Keynes, che nel frattempo, però, era morto. Tutti si limitarono a gridare al "miracolo economico", dimostrando così di non aver compreso la base razionale delle politiche del pieno impiego. In realtà, lo straordinario sviluppo c' era stato perché la spesa pubblica era cresciuta, rispetto a prima della guerra, di tre volte in rapporto al Pil e lo Stato era arrivato a occupare direttamente, in alcuni Paesi, tra il 30 e il 40 per cento della forza lavoro (!) ricreando così un mercato per le imprese. Come sempre accade, il mondo keynesiano è diventato per noi come una "seconda natura", tanto che non ci siamo interrogati sulla sua origine e sul suo futuro. Per questo, quando sul finire degli anni 70 sono emersi gravi problemi, la società si è spaccata in due. Da un lato, coloro che continuavano a giurare sull' illimitata validità delle strategie keynesiane, che però facevano sempre meno presa sulla società, perché contraddette dall' evoluzione reale. Dall' altro lato, i corvi neoliberisti, che riprendevano la loro opposizione al keynesismo, come se il mondo non fosse stato radicalmente trasformato dal Welfare. Fu allora che emerse il problema della necessità di redistribuire il lavoro. Se invece di credere che Keynes avesse proposto una ricetta sociale, per riprodurre il lavoro, valida illimitatamente, gli si fosse dato veramente ascolto, la crisi emersa a fine anni 70 ci avrebbe presi meno di sorpresa. Nel momento stesso in cui si batteva per la politica del pieno impiego, egli insisteva nel sottolineare che sarebbe stata valida solo per una breve fase storica. Nel giro di un paio di generazioni avrebbe perso efficacia. Non solo le imprese non sarebbero più state in grado di riprodurre lavoro sulla scala necessaria ad assicurare un livello decente di impiego, agganciandosi alla spesa pubblica, ma anche lo Stato sarebbe incappato in una limitazione che non sarebbe stato in grado di superare. Nel tentativo di spiegare il perché di tutto ciò, Keynes ricalca una delle tesi care a Marx. Il lavoro salariato è una forma di partecipazione alla produzione storicamente valida solo fintanto che la società procede sulla spinta della costrizione economica. Funziona quando c' è sovraffollamento abitativo, carenza di cibo, servizi igienici inesistenti, penuria di mezzi di trasporto e di comunicazione, malattie incontrollate, che abbattono la durata della vita, analfabetismo generalizzato. Quando, grazie allo sviluppo il mondo cambia, e ci sono più abitazioni che abitanti, servizi igienici decorosi, sovralimentazione, congestione per troppi mezzi di trasporto, la quasi scomparsa dell' analfabetismo, e la vita media si prolunga fino a più di 80 anni, la costrizione economica è ridotta e il rapporto di lavoro salariato diventa anacronistico. Il lavoro necessario va allora redistribuito tra tutti e, per non incidere negativamente sulla domanda, va effettuato a parità di salario. Solo in questo modo il tempo reso disponibile, che ora va sprecato nella disoccupazione, può essere appropriato da tutti per lo sviluppo individuale del quale c' è assoluto bisogno nel processo di superamento dei limiti del rapporto salariato.