Testata La Gazzetta del Mezzogiorno (ed. Capitanata)
Titolo Xylella, la peste avanza tra ritardi e polemiche
Gli operatori: «La Regione difenda il nostro olio, con campagne mirate» ,..seeee"v l BARI. Dalla Selva di Fasano il colpo d' occhio è maestoso. Da un lato l' azzurro del mare, dall' altro le chiome d' argento dei 250mila ulivi della piana che da Monopoli si estende fino a Ostuni e Carovigno. Al centro, quella che era la via Traiana, nata per favorire lo sviluppo economico del territorio e il commercio dell' oro liquido verso i porti commerciali del Salento. Tutt' intorno il silenzio carico di attesa. Perché il nemico invisibile è lì. Sta avanzando. Due chilometri al mese, sentenziano gli esperti. La «sputacchina» - mai nome fu più appropriato - è la peste del Terzo millennio. Ha divorato gran parte degli ulivi del Tacco d' Italia. Li svuota come un vampiro. L' argento diventa marrone ruggine, il colore della morte. Un contrasto che stordisce. E come nel Medioevo, quando prese piede l' usanza di marcare con la vernice rossa le porte delle case visitate dalla malattia, oggi una croce rossa segnata sul tronco dell' ulivo, indica l' albero da abbattere. Nei prossimi cinque anni la Xylella rischia di infettare l' intero Mezzogiorno, sentenziano gli esperti. E l' Europa trema. In questa guerra senza sussulti, dove ogni tanto si leva un grido di dolore istituzionale, la linea del fronte si sposta sempre in avanti. Il nemico non indietreggia mai. Le parole, tante, troppe, non colpiscono l' avversario. Non lo fermano. Il 10 per cento della produzione olivicola italiana, pari a 29mila tonnellate di olio di oliva, è andato in fumo. I danni, secondo la Coldiretti, superano il miliardo di euro. Il bollettino dalla prima linea è devastante: il batterio risale la penisola ma vira a Ovest, a pochi chilometri da Matera, con nuovi casi di contagio in provincia di Taranto. Zona infetta, zona contenimento, zona cuscinetto. Le mappe della Puglia sono tagliate a strisce colorate a seconda della gravità. Ricordano quelle militari quando i partiti Blu e Arancione si affrontavano nelle esercitazioni. Da Ostuni in giù la guerra sembra persa: 50mila ettari di oliveti nel Salento sono ridotti a cimiteri di alberi. Tra Ostuni e Locorotondo, passando per Taranto e Crispiano si cerca di resistere nonostante i focolai puntiformi. Tra Locorotondo e Putignano, Mottola e Castellaneta si prova a contenere il nemico. E si aspetta. In silenzio. Cosa? Non lo sa nessuno. Perché nessuno sembra avere le idee chiare. La burocrazia si è alleata con la Xylella, tra vincoli, espianti bloccati, reimpianti non autorizzati, monitoraggi, riunioni, vertici, esternazioni, decreti, comunicati. La parola d' ordine? «Intervenire rapidamente». Facile da dire, difficile da fare. Francesco Porcelli, professore del Di patimento delle scienze del suolo della pianta e degli alimenti dell' Università di Bari, ha trovato il primo esemplare adulto del batterio killer addirittura a Triggiano. La gente dei campi ha effettuato le arature, le trinciature, le potature, i trattamenti con i fitofarmaci. Con la pioggia di questi giorni però l' erba è ricresciuta e la «sputacchina» resta per terra, rendendo poco incisivi gli interventi: solo un terreno su quattro è stato curato e trattato secondo i principi delle buone pratiche agricole. A Bitonto, uno dei cuori pulsanti dell' olivicoltura pugliese, regno della coratina e della ogliarola barese,sono preoccupati. E arrabbiati. Preoccupati perché a San Pietro in Marescia c' è l' ulivo millenario più famoso che esista. Venticinque metri di altezza, per abbracciare il tronco servono cinque persone. Secondo gli storici risale all' anno Mille. Ha superato epidemie, invasioni, guerre, terremoti e rivoluzioni. Riuscirà a resistere anche questa volta? In Puglia ci sono 724mila ulivi secolari, 320mila quelli monumentali. Un tesoro che rischia di sparire per sempre. Come «Lu Matusalemme» a Borgagne, il più vecchio d' Italia, il «Patriarca» a Scorrano, «Lu Re» a Casarano, la «Lumaca» a Trepuzzi, la «Capanna» a Ostuni, l'«Ulivo pensante» a Ginosa. Sentinelle del territorio, testimoni delle gesta dei nostri avi, custodi della sacralità mediterranea. «Lu Gigante» di Alliste dopo 1.500 anni e sette innesti si è arreso, rinsecchito e senza chioma. Poi c' è «l' incazzatura» della gente dei campi per i ritardi attribuiti alla Regione nell' affrontare questo nemico, subdolo, imprevedibile, che si muove con tecniche da guerriglia, spostandosi di qua e di là. Un sentimento che, in chiave elettorale, potrebbe sconvolgere gli equilibri del Palazzo, trasformandosi in un voto di protesta clamoroso se si pensa alle elezioni dell' anno prossimo. Secondo l' Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) l' unico modo efficace per combattere è eradicare gli ulivi infetti e ogni altro albero posto nel raggio di 100 metri da quello contagiato. Una strage che qualcuno quantifica in 30 milioni di alberi. Una tragedia epocale. Per Enrico Bucci, docente della Temple University di Philadelpia: «Al momento non esiste una cura. Questa è una certezza documentata. Ma allo stesso tempo c' è la possibilità di poter contenere l' epide mia». La guerra continua. Inarrestabile. Come tutti i conflitti c' è spazio anche per le campagne di disinformazione che producono danni quasi quanto la Xylella. Seminando altro caos. Notizie che si alternano ad altre notizie. Verità scientifiche che cozzano con le soluzioni pensate a tavolino. Le cure tradizionali e biologiche durate un anno, nell' oliveto di Giuseppe Coppola, tra Alezio e Gallipoli, hanno consentito a 450 alberi, di tornare a germogliare. Intanto i mercati reagiscono. Perché nelle tragedie c' è sempre chi ci guadagna. L' analisi della Coldiretti è impietosa. Et tore Pradini, presidente nazionale: «Nel 2019 diremo addio a 6 bottiglie di extra vergine made in Italy su 10 sugli scaffali dei supermercati per effetto del crollo del 57% della produzione che scende ad appena 185 milioni di chili. Per la prima volta nella storia la produzione nazionale è inferiore a quella di Grecia e Marocco, si avvicina a quella della Turchia mentre la Spagna allunga la distanza con ben 1,6 miliardi di chili e raggiunge un quantitativo quasi 9 volte superiore. Senza interventi strutturali l' Italia rischia di perdere per sempre la possibilità di consumare extravergine nazionale con effetti disastrosi sull' economia, il lavoro, la salute e sul paesaggio». Non va solo in crisi l' economia di una generazione. Perché l' appezzamento di terra, per la gente dei campi, era anche una specie di bene rifugio sul quale investire. Da lasciare poi ai figli, o ai nipoti. O da vendere in caso di necessità. Un ettaro di uliveto era come avere soldi i contanti. Adesso manca il respiro per un futuro incerto e si cerca di sbarazzarsi del terreno. Vanno bene anche 5mila euro. Pochi, maledetti e subito. Il detto barese è quanto mai attuale. Le prime crepe nel sistema sono apparse e si allargano, anche se non è ancora un esodo di massa. Il Salento è stato praticamente travolto. Il valore dei terreni, dei capannoni e dei macchinari della filiera olearia è crollato. Non si vende. Si svende, se si è fortunati. I compratori arrivano dal Nord, dalla Grecia, dalla Spagna con gli assegni già pronti: prendere o perdere tutto. Da quello che ieri valeva 800mila euro, oggi ricavi a malapena meno della metà. Non si riesce a piazzare neanche il legname, ormai ab bondante. 4mila metri quadrati con 27 alberi secolari di ulivo, in località Santo Stefano, vicino Nardò, passano di mano per 2mila e 500 euro. Per la gente dei campi, restano solo i mutui da pagare. L' onda lunga avanza. Le avvisaglie arrivano anche nel Barese. Francesco Scisci, a Monopoli, nel cuore della Piana degli ulivi, produce 3mila quintali di olio. Quasi tutti venduti al Nord. I sentimenti che prova sono racchiusi in un cocktail di preoccupazione, rabbia, rassegnazione, incertezza, abbandono. Dice: «Vede questa mail? Arriva dal Veneto. Una cliente ha deciso di annullare l' ordine perché è convinta che il nostro olio sia inquinato. Non dalla Xylella, ma dai fitofarmaci per debellarla. Ho provato a spiegarle che non è così. Nulla da fare. E parliamo di una quantitativo di olio limitato, una decina di litri. E, però, qualcosa di più di un campanello d' allarme». Quindi, una proposta: «La Regione deve difendere il nostro olio. Se contro il batterio non ci sono al momento rimedi, si può intervenire per porre un freno all' al larmismo ingiustificato. Penso ad una campagna pubblicitaria mirata. I consumatori sono spaventati, appena sentono parlare del prodotto pugliese». Il futuro? Nero come la pace. Ancora Scisci: «Una campagna seria e programmata per i reimpianti potrebbe restituire un pizzico di fiducia agli imprenditori. Perché non si mette nero su bianco?». Intanto il tempo trascorre inesorabilmente. Il 20 giugno scadrà la partecipazione all' avviso pubblico di 32 milioni di euro della Regione Puglia che promuove nuove misure a sostegno del comparto olivicolo e di tutte le imprese danneggiate gravemente dall' epidemia. Tra gli interventi concreti, i 150 milioni di fondi Cipe per per la rigenerazione del settore e gli 8 milioni a beneficio dei frantoi salentini impossibilitati a lavorare. L' Ue, poi, sarebbe orientata a valutare interventi a favore delle aree colpite. A patto che si dimostri di aver adottato quellele misure di controllo dell' epidemia che Bruxelles chiede invano da anni.