Testata Il Fatto Quotidiano
Titolo Così editori e sindacati hanno scippato la pensione ai poligrafici
Fondo Casella. Assegni integrativi al lumicino per la riduzione dei contributi e per una gestione poco accorta, ma nessuno richiede alle aziende i milioni arretrati. Si va verso la chiusura dell' ente col trasferimento degli attivi Mentre l' Inps applica il contributo di solidarietà alle pensioni più ricche, nella previdenza complementare c' è chi fa il contrario, applicandolo sistematicamente a quelle dei pensionati più deboli, comprese le vedove e i figli invalidi. È il caso dello storico Fondo per i poligrafici dei giornali "Fiorenzo Casella", fondato nel 1958 per garantire una pensione integrativa ai grafici tramite un contributo obbligatorio a carico sia del lavoratore che dell' azienda editrice. Negli anni Ottanta, quando le rotative stampavano a manetta, il Casella poteva contare su 14mila iscritti e metà pensionati, ma la crisi dei giornali, la chiusura degli stabilimenti e la facilità dei prepensionamenti oggi hanno più che ribaltato i rapporti: 2.800 attivi per 14.500 pensionati. In pratica, a ogni lavoratore corrispondono 4,5 pensionati. Dal 2013 per evitare il default l' ente ha imposto tre prelievi straordinari, arrivando al 70% dell' importo della pensione a carico dei più anziani, perché applicato solo alla quota retributiva precedente al 1994. Sacrifici spacciati per risolutivi e provvisori, anche se non lo sono stati affatto. E oggi siamo alla resa dei conti. A maggio, incalzato dalla Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip), il Casella ha comunicato alla Federazione degli editori e giornali (Fieg) e sindacati l' ultimo bilancio tecnico. Risultato: nel 2028 finiranno i soldi, con o senza decurtazioni. Si avvicina dunque l' idea, ventilata da tempo, di chiudere il Fondo portando il contributo dei pensionati oltre al 90-95% - per poi liquidarne le posizioni in qualche modo - e di trasferire gli attivi in un altro fondo, scaricando al loro destino 19mila "fantasmi". Questa soluzione, che a dicembre è già finita in un accordo sindacale, spezza la logica solidaristica (le pensioni dei vecchi le pagano quelli che lavorano) ma "politicamente" consente agli amministratori di evitare la liquidazione coatta vigilata dal tribunale. Nessuno, a quel punto, gli chiederebbe conto di come sia potuto accadere. Dietro a una crisi sistemica e strutturale del Fondo c' è infatti una storia diversa che chiama in causa editori furbetti, complicità sindacali e una gestione discutibile del patrimonio e delle riserve. Emerge dalle varie cause avviate dagli iscritti in giro per l' Italia con esiti diversi, poi accorpate al tribunale di Roma. L' avvocato Michele Iacoviello ne rappresenta 135 raccolti nel "Comitato difesa e salvaguardia del Fondo Casella". Nel suo ricorso ha evidenziato le "anomalie" di questa vicenda. La prima è nello statuto del Fondo, perché gli amministratori non sono eletti dagli iscritti ma solo nominati da sindacati ed editori, e immediatamente revocabili se non votano come sarebbe gradito a chi li ha nominati. "È l' unico caso in Italia, ed è in violazione del decreto Maroni del 2005 (art. 5) sulla previdenza complementare", spiega Iacoviello. Una forma atipica che ha consentito alle parti in combine di utilizzare il Casella come un ammortizzatore sociale per gli stati di crisi e ristrutturazioni dei giornali, attraverso prepensionamenti forsennati che hanno via via spolpato attivi e riserve creando un buco che ha poi indotto gli amministratori a una controversa operazione di cessione degli immobili, pur di non portare i libri in tribunale ed esporre la gestione a controlli. "A garanzia delle future erogazioni oggi resta solo la sede, stimata in 12 milioni di euro". L' iniquità del contributo nasce anche da come è stato individuato e imposto. Dal 50% è arrivato al 70% e presto salirà ancora (si parla del 90-95%). Da eccezionale e transitorio, è divenuto dunque permanente e strutturale. Quel che fa più scandalo è però che, diversamente da quanto fa l' Inps, non colpisce le pensioni più elevate ma i pensionati più deboli. Le pensioni d' oro vengono abbattute solo sulla parte eccedente i 100 mila euro e nella misura del 15%, mentre qui parliamo del 70% dell' intero importo. "Un sacrificio - aggiunge Iacoviello - non ripartito in parti uguali: è come se vendite e investimenti sbagliati siano stati addebitati ai vecchi pensionati del retributivo, che non hanno mai eletto gli amministratori del Fondo. Mentre chi ha diritto alla pensione contributiva (i lavoratori in servizio e i pensionati più giovani) non viene toccato". Il tema va incrociato con un' altra circostanza atipica: dal 1995 l' importo delle pensioni liquidate è rimasto congelato con un costo per i più anziani pari al 53,23% dell' assegno. "Così il neo pensionato - sottolinea l' avvocato - non subirà alcuna decurtazione, che resterà invece un privilegio a carico di chi non è protetto dai sindacati che, casualmente, non hanno iscritti tra i pensionati né tra le vedove". Scelte operate da consiglieri nominati da sindacati e dalle aziende grafiche che i lavoratori non possono neppure revocare (lo possano fare solo i sindacati). "Non è un caso che - continua Iacoviello - nel buco del Casella ci siano livelli di morosità elevatissimi: 10,7 milioni di euro nell' ultimo bilancio, di cui solo 2,5 per aziende fallite, per i quali gli amministratori paiono tardare ad azionare il recupero. Parliamo di milioni di arretrati mai riscossi né pretesi, soprattutto del Gruppo Caltagirone. Per forza il creditore non si muove: se il Caltagirone di turno vuole uscire dalla Fieg o fare storie, quelli che dovrebbero rincorrerlo sono gli stessi che loro hanno nominato". La dirigenza del Casella, pur contattata, non rilascia dichiarazioni. Nessuno che ci metta la faccia e risponda ai pensionati, ormai certi che i "sacrifici" imposti loro siano stati un espediente per tirare a campare in attesa che editori e sindacati trovassero la quadra sull' estinzione e sulla rinascita del Casella, scaricando il peso ai "vecchietti". Nel frattempo, le poche aziende editoriali ancora in piedi trovano vie di fuga. Tre anni fa proprio Caltagirone, che edita Il Messaggero, Il Gazzettino e altre testate, ha deciso di spostare i poligrafici su altri rami d' azienda e inquadrarli nel commercio per non pagare l' obolo al Fondo. Il cui destino sembra segnato, al di là della causa intentata a Roma. Prossima udienza il 19 dicembre 2019.