Testata Corriere della Sera - Economia
Titolo LA GOVERNANCE CHE PIACE AI CAPITALI ESTERI
La domanda: un buon sistema di governance, crea valore per la società? La risposta: sì. Ma cosa significa «creare valore» nel panorama industriale e finanziario delle imprese italiane? L' Osservatorio sull' eccellenza dei sistemi di governance di The European House - Ambrosetti da tredici anni cerca di fornire i dati e i numeri necessari per inquadrare la questione in un contesto il più preciso possibile e dare quindi una risposta. E i numeri dicono che da quattro anni la correlazione tra un buon sistema di governo e le buone performance finanziarie è dimostrata per le 128 società analizzate nei principali segmenti della Borsa Italiana, Ftse, Mid Cap e Star, nel 77% dei casi per il listino principale e nel 73% per il Mid Cap. Ma attenzione: non esiste un rapporto causa-effetto. «Aver investito in un buon sistema di governance non basta certamente a creare valore, ossia a far aumentare la ricchezza degli azionisti, più dei concorrenti - spiega Marco Visani, responsabile dell' Area corporate governance ed Executive compensation di The European House- Ambrosetti -. Avere un buon sistema di governance è però fondamentale per attrarre capitali esteri». Come emerge anche dal grafico in pagina, la qualità del sistema di gestione è al terzo posto tra i criteri adottati dai grandi investitori istituzionali (italiani ed esteri) per scegliere eventuali target. «Il 46% degli investitori - ricorda Valerio De Molli, managing partner e amministratore delegato di The European House - Ambrosetti, nel comitato scientifico dell' Osservatorio con Sergio Erede, Guido Ferrarini, Piergaetano Marchetti e Stefano Preda - sceglie dove investire proprio sulla base di questo parametro». Trasparenza, sistema di controllo e composizione del consiglio d' amministrazione, sono le aree chiave della governance, quelle che, appunto, creano valore. Che significa anche avere un cda competente, diversificato (sia dal punto di vista anagrafico sia dal punto di vista del genere) e con un alto numero di consiglieri indipendenti, vero punto di forza della gestione aziendale da quando fecero la loro comparsa nei ranghi manageriali (non senza qualche perplessità) nel 1999 grazie al Codice di autodisciplina. «Nel 2016 - commenta Visani - il numero di consiglieri indipendenti nel segmento Ftse rappresentava in media il 60% del cda. Dal 2010 a oggi il numero è sempre cresciuto e sta assumendo un peso sempre più rilevante nelle analisi degli investitori istituzionali». Come sottolinea lo stesso Visani, i dati emersi dal rapporto dell' Osservatorio sono riferiti alle società quotate perché sono le uniche tenute a rendere pubblici i loro numeri. Ma i criteri del «buon governo» possono e devono valere anche fuori Piazza Affari. Come ha fatto Lavazza, uno dei casi descritti dall' Osservatorio in occasione della presentazione del rapporto lo scorso 21 novembre. Pur essendo una non quotata, degli 11 consiglieri del cda, ne ha scelti quattro esterni e indipendenti. Trasparenza significa anche accontentare un mercato che chiede un' applicazione più rigorosa del Pay for performance , il sistema di distribuzione del bonus agli amministratori delegati. L' Osservatorio ha rilevato in diversi casi, un' apparente incoerenza tra le performance delle società e l' assegnazione del premio non giustificato dall' andamento dei conti.