Testata Il Sole 24 Ore
Titolo Francia, Monsieur Hulot e la sfida delle rinnovabili
Energia rinnovabile al 40% del totale, dall' attuale 17%. Per superare una doppia impasse: produttiva e politica. La Francia, orgogliosa dei suoi 58 reattori nucleari, che oggi coprono il 72% della produzione totale - un record, nel mondo - vuole, e deve, cambiare strada. Nicolas Hulot, ministro della Transizione ecologica e solidale - «e solitaria, mi verrebbe da aggiungere», ha scritto su Twitter, usando un gioco di parole, solidaire-solitaire, reso nobile da Albert Camus - intende così anche rilanciare il proprio ruolo, un po' appannato,. La Francia ha preso troppi impegni, sul fronte energetico. L' ex presidente François Hollande ha promesso con una legge del 2015 di portare al 50% la quota di nucleare entro il 2025. Emmanuel Macron, desideroso di dare alla Francia la leadership globale sulla politica ambientale dopo i passi indietro degli Usa di Donald Trump, si è obbligato a chiudere le cinque centrali a carbone entro il 2020 e a ridurre le emissioni di CO2. Non sarà possibile mantenere tutte le promesse. La Rte, il gestore pubblico della rete, è stata chiarissima nel suo rapporto previsionale: o si rinvia oltre il 2025 la chiusura delle centrali a carbone, o quella dei reattori. Altrimenti si espone il paese al rischio di carenze energetiche. Non basterà inoltre far slittare gli impegni: occorrerà anche prolungare la vita delle centrali nucleari, dagli attuali 40 anni fino a 50. Non è del tutto una sorpresa: già dopo l' elezione di Macron erano emerse indiscrezioni - smentite - su un rinvio della chiusura dei reattori, i quali occupano 200mila persone. Per raggiungere l' obiettivo occorrebbe fermare tra 23 e 27 impianti, e si aumenterebbero le emissioni di CO2 dagli attuali 23 milioni di tonnellate fino a un livello compreso tra 38 e 55 milioni. Per il ministro Hulot, ambientalista, candidato presidenziale per i verdi nel 2012, corteggiato invano da Jacques Chirac, poi da Nicolas Sarkozy e infine dallo stesso Hollande che lo volevano al governo, non è stato facile accettare questa realtà. Anche perché è toccato proprio a lui dover annunciare che i programmi sono cambiati: la produzione nucleare scenderà al 50% entro il 2035, o forse il 2030, e non più entro il 2025, mentre saranno mantenuti gli impegni sul carbone. Massicci investimenti Rilanciare le energie rinnovabili, in questa situazione, diventa allora una necessità ancora più stringente. I diversi scenari elaborati per il periodo 2018-2035 dalla Rte - in base a diversi obiettivi e differenti scelte politiche - ipotizzano in ogni caso che raggiungano almeno il 40% della produzione (con un massimo al 70%). Occorrerà però, soprattutto se si adotta l' obiettivo dei 15,6 milioni di veicoli elettrici nel 2035, portare la potenza installata dell' eolico da 11,7 a 60-76 GW, quella del fotovoltaico da 6,8 a 48 GW e anche aumentare da 25,5 a 28 GW la potenza delle centrali idroelettriche. Nessuna sorpresa allora che il ministro voglia usare politicamente questa opportunità. Dopo aver escluso l' intenzione di dimettersi («sono qui per restare», ha detto, precisando: «mi do un anno di tempo»), ha annunciato di voler trasformare radicalmente la Edf, la compagnia elettrica controllata dallo Stato all' 83%, per - ha detto - che i programmi sulle rinnovabili incontrino resistenze, come avviene oggi. Allo studio c' è persino una ristrutturazione della governance del gruppo. L' ipotesi più probabile - oggetto di diversi progetti delle banche d' investimento che si propongono come consulenti - sembra essere quella della scissione dell' attività nucleare, come ha fatto la tedesca Rwe, che ha ceduto alla Innogy le attività di produzione di energie rinnovabili, la rete elettrica e le attività al dettaglio, con una indubbia creazione di valore. Il debito di Edf Troverà spazio, politico e aziendale, l' idea dell'"isolato" Hulot? Non è impossibile: Edf va davvero riformata, e questo può dare al ministro l' opportunità di realizzare almeno in parte le sue idee. Sulla società elettrica pesa una situazione reddituale non favorevole. Sarebbe in realtà esagerato affermare che il gruppo sia in crisi. L' indebitamento netto, in calo, raggiunge i 31,3 miliardi (in calo) e il lordo i 66 miliardi (dei quali 14,5 a breve termine), ma il patrimonio netto è pari a 46,8 miliardi e l' obiettivo è di portare il rapporto dei debiti sull' Ebitda sotto quota 2,5. Gli sforzi del Governo, che si è impegnato nella riduzione del debito non hanno però convinto tutti: a settembre l' agenzia di rating Standard & Poor' s ha rivisto l' outlook portandolo a "negativo", perché ritiene che gli sforzi non saranno sufficienti e che l' esposizione - S&P vi aggiunge 37 miliardi di debiti non finanziari - riprenderà a salire. L' Ebitda nel primo semestre 2017 è calato del 20%, e il cash flow è previsto che resti negativo, malgrado l' obiettivo di portarlo a zero nel 2018, «tenuto conto del notevole programma di investimenti e malgrado le nostre aspettative di un più pronunciato rimbalzo dei ricavi nel 2019». Ecco allora come nasce la richiesta di una discontinuità forte: Hulot - ex fotografo, ex giornalista, ex conduttore della trasmissione tv sugli sport estremi Ushuaïa, le magazine de l' extrême - ha avuto l' accortezza di rassicurare il management, che potrebbe non essere cambiato, e ora punta a un ampio ripensamento del futuro del gruppo. Da discutere però con i partner del governo, non tutti in linea con la sua impostazione. © RIPRODUZIONE RISERVATA.