Testata Italia Oggi Sette
Titolo Quando il lavoro divide l' Italia
Emilia-Romagna sale, Calabria scende, a proposito di affari e lavoro. Nella top ten delle province con maggior livello di occupazione - partendo dalla ricerca di ItaliaOggi sulla qualità della vita, pubblicata la scorsa settimana - ci sono Bologna. A seguire Modena, Parma, Forlì-Cesena, Reggio Emilia. Tutte province emiliane. Al contrario, tra quelle con il minor tasso di occupazione ci sono le province calabresi di Cosenza, Vibo Valentia, Crotone, ultima Reggio Calabria. Stessa dinamica sul lato disoccupazione: in testa, tra le prime dieci, Reggio Emilia e Bologna con il livello più basso; viceversa in coda Cosenza, Reggio Calabria, Crotone. Per essere più chiari, nei posti alti della classifica troviamo sempre e solo città del Nord, mentre gli ultimi posti restano dominio esclusivo di province del Sud. Suddivise tra Sicilia, Campania, Puglia, Sardegna (non solo Calabria, per intenderci). Un quadro che induce a riproporre l' annoso tema Nord contro Sud, dove, che si parli di occupazione o di disoccupazione, sembra esserci comunque una logica di sistema. Premiante, efficace, produttiva quando parliamo di Nord. Disincentivante, insoddisfacente, inadeguata, se parliamo di Sud. Il dato va letto da diversi punti di vista secondo Federica Roccisano, assessora al Lavoro in Calabria. «A cominciare dalla debolezza del contesto imprenditoriale e delle attività produttive. Per quanto stiano nascendo nuove startup e aumentino le esportazioni, scontiamo ancora il risultato degli investimenti fatti da grandi imprese nazionali, beneficiando di incentivi industriali come la 488/1992. Che però, finiti gli incentivi, hanno lasciato capannoni vuoti e migliaia di persone percettori di ammortizzatori sociali in deroga». Come sta affrontando la regione questi temi? «Pensiamo di agire su diversi livelli. Per le giovani generazioni attraverso la scuola. Abbiamo attivato percorsi di alternanza scuola lavoro (il c.d. sistema duale), incentivato l' apprendistato, attivato sportelli di placement all' interno delle scuole. Circa 300 ragazzi sono stati inseriti come tirocinanti prima, per essere assunti poi con contratti di apprendistato o a tempo indeterminato. Per gli over 30», prosegue Roccisano, «abbiamo attivato bandi per autoimpiego e autoimprenditorialità e tirocini extracurriculari, riscontrando buone percentuali di assunzioni anche per i disoccupati di lunga durata e per i percettori di ammortizzatori sociali in deroga, inserendoli in contesti imprenditoriali privati. Questo grazie a un tavolo di partenariato economico e sociale dove siedono i sindacati, accanto a Unindustria, Lega delle cooperative e la cooperazione sociale tutta». La logica quindi è? «Partire dal territorio. La Calabria, negli anni passati, ha assistito a politiche di innovazione spinta. Innovazione a tutti i costi, attraverso la nascita di poli promossi dalla precedente giunta, anche in collaborazione con università estranee al contesto calabrese. Esperienze che sono rimaste cattedrali nel deserto. Il nostro linguaggio è opposto. Diciamo che si può partire da qui, senza inventarci nulla». Gli esempi riportano ai mugnai e alle cooperative che stanno recuperando le farine dai grani autoctoni, ai produttori di miele «prevedendo», aggiunge l' assessore, «l' inclusione di soggetti più fragili come possono essere gli immigrati. Potenziando realtà imprenditoriali che vanno dal tessile al legno, che possano recuperare la cultura classica e tradizionale della Calabria. Un altro esempio è il compostaggio che impiega i lombrichi, un' attività che coinvolge in forma cooperativa, con il supporto della regione, chimici, ingegneri, biochimici calabresi». E poi? «Abbiamo messo a sistema consulenti del lavoro, centri per l' impiego, enti accreditati. In rete potranno lavorare meglio per favorire il match domanda-offerta. Va poi colmato il deficit di competenze o di competenze non rispondenti alle richieste del mercato e aumentato il numero di laureati. Le politiche per l' occupazione devono essere strutturali. I bonus spot sono incentivi utili ma non sufficienti». Quindi, in sostanza, mentre la Calabria è ancora nella fase del «pensiamo di fare», l' Emilia-Romagna sta già facendo, e da un pezzo. Una differenza non solo di terminologia ma di strategia. Nella programmazione emiliana delle politiche sul lavoro troviamo espressioni come patto per il lavoro, coordinamento di fondi strutturali, convergenza di politiche. Sono logiche di sistema, non eccezioni (o esperienze) che confermano la regola. «Siamo partiti da una ristrutturazione dell' intero sistema formativo. Le nostre politiche possono rappresentarsi come un albero», spiega Patrizio Bianchi, assessore al Lavoro in Emilia-Romagna, «in cui il primo ramo è la formazione professionale e di base, gli altri rami sono la formazione continua del personale, i corsi dentro le imprese e le academy, l' università e tutte le attività professionalizzanti dell' università, infine gli accompagnamenti». Un sistema di fortissima partecipazione «in cui le parti sociali sono estese a tutto il sistema formativo e universitario, che parte dalla condivisione nella fase progettuale per arrivare ad un atto, per noi fondamentale. Il patto per il lavoro, con le città, le università, la scuola. Si tratta di un atto di programmazione generale a cinque anni, una sorta di Costituzione per la regione. Non un semplice accordo sulle condizioni di lavoro, ma un' idea di fondo che si pone come obiettivo l' aumento del valore aggiunto della regione tutta». E cioè tutte le forze si muovono in modo coordinato, avendo l' idea che il posizionamento a livello internazionale del sistema produttivo (e della società nel suo insieme) debba avvenire generando attività basate su qualità e intelligenza, dunque formazione delle persone. Aggiunge l' assessore Bianchi: «Tra le mie deleghe c' è il coordinamento delle politiche europee per lo sviluppo. Non usiamo più separatamente i diversi fondi, come Fondo sociale e Fesr, ma in modo convergente, considerando una strategia comune tra Conferenza tripartita, Conferenza regione università, Conferenza regionale sistema della formazione. Sono strumenti che ci permettono di dar vita ad un sistema utile sia ai giovani che agli over 50, che stabilizza le aspettative di chi investe». Cioè, se un' azienda decide di investire in Emilia-Romagna, non lo fa più per avere uno sconticino o un sussidio. «Lo fa a fronte di previsioni in termini macro. I bonus sono utili sì, ma se si ha una prospettiva. L' investimento su persone, formazione, tecnologie (il settore dell' automotive ne è l' esempio concreto) partendo da un pensiero condiviso e con obiettivi di lungo periodo è quel che riattiva gli investimenti delle imprese». Prospettiva che al Sud, nonostante tutto l' impegno dichiarato, sembra mancare. «C' è un problema di tipo culturale», ribatte l' assessore calabrese Roccisano. «Qui si pensa in maniera prioritaria a perseguire l' idea di un posto fisso, ancora meglio se nella pubblica amministrazione. In una p.a. calabrese peraltro già "ricca" di lavoratori socialmente utili, lavoratori di pubblica utilità e precari che vi lavorano a vario titolo». E allora se la mentalità non cambia (e se nessuno spiega ai giovani che la p.a. non può essere il loro futuro), inutile illudersi sperando in una risalita, come afferma il provocatorio Carlo Puca nel suo libro Il Sud deve morire. «Alle attuali condizioni, non rimane speranza alcuna di vederlo in salute il Meridione».