Testata La Repubblica
Titolo Il dolore di Casale "Qui l' amianto uccide ancora"
Dalla nostra inviata CASALE MONFERRATO Come tutte le volte che arriva una notizia buona, o una cattiva, si va al parco Eternot, che è un gioco di parole che sta per No Eternit, ed è un gioco che non vuole far ridere. Costruito dove c' era lo stabilimento, poi abbattuto. Se proprio ci si deve arrabbiare, almeno lo si fa in un posto dove l' amianto è stato davvero sconfitto: sepolto in un sarcofago di cemento, sopra ci sono prati e alberi, ci si può anche camminare. Qui Giuliana Busto racconta di suo fratello: «Trent' anni fa Pier Carlo, che aveva 33 anni e lavorava in banca, si ammalò. A Casale non capivano, lo portammo a Pavia. Lì il professor Moncalvo, saputo che eravamo di Casale e prima ancora di guardare le lastre, disse che era un mesotelioma. Nessuno di noi conosceva la parola» . Pier Carlo morì cinque mesi più tardi, lasciando una vedova e un' orfana di due anni. «Prima pensavamo che l' amianto riguardasse solo gli operai della fabbrica, invece il problema era di tutta una città» , dice Giuliana, che ora è presidente dell' Associazione famigliari vittime dell' amianto. E questa è una città dove di sicuro non mancano il coraggio, e la forza di volontà. «Non si molla, ah no. Questa storia è unica al mondo e non finisce qua, neanche davanti alla Cassazione. Quando c' è un' ingiustizia in corso, ci volessero dieci giorni o mille anni, si va avanti». Lo dice anche Bruno Pesce, uno dei coordinatori. Non un passo indietro, i processi si faranno eccome. Altrimenti sarebbe tutto inutile, così tanti morti, e la moria non è ancora finita: «Ne muore uno alla settimana, più mesotelioma che tumore ai polmoni o asbestosi, ormai. La casistica adesso è di una cinquantina di decessi l' anno, fanno circa uno alla settimana» . Così, davanti ai manifesti funebri, la gente si interroga sulla malattia specifica, più che per la causa. «Si chiama esposizione ambientale: per ammalarsi non era necessario essere un lavoratore Eternit. Bastava essere la moglie di un operaio, che tornava con i vestiti e i capelli pieni di amianto, e lo spargeva per casa» , spiega Pesce. Così ci sono stati i casi delle donne che lavavano con scrupolo le tute dei mariti, inalando le fibre. E anche Pier Carlo Busto, che «andava a correre e si allenava qui, sulla riva del Po, a fianco della fabbrica» , racconta la sorella. Qui aspirava a pieni polmoni quello che poi l' ha ucciso, quando ancora «non sapevamo niente». Poi, tutta una città è diventata esperta di cancri e di agonie, di inchieste e processi, di procedura penale, anche. Pier Eusebio Cazzolino, 81 anni e l' asbestosi. Giuliana Busto scherza, ma se lo può permettere: «Devi riguardarti, sei uno degli ultimi operai vivi» . Lui lavorava nel reparto modelli, «facevamo camini, curve, braghe, anche vasi da fiori, scolpiti a clessidra. Belli, peccato che erano di amianto» . C' erano «quei fogli maneggevoli, tipo la pasta per fare gli agnolotti». Aggiunge che «oggi è una bella giornata perché sto abbastanza bene. Per il resto, brutte notizie da Roma». Cosa dice il sindaco? Titti Palazzetti è via, ma dichiara che «bisogna aspettare le motivazioni. E sperare che la procura di Vercelli velocizzi il processo». Al parco Eternot c' è l' assessora Daria Carmi, Cultura: «Noi temiamo che ci sia una qualche strategia per arrivare a un' altra prescrizione. A pensar male non si fa peccato» . Pesce: «Secondo noi già la decisione del gip era discutibile Come fanno a dire che è un omicidio colposo invece che doloso, prima ancora di cominciare il dibattimento? È una questione di democrazia» . Altrimenti «la prossima volta il processo si faccia direttamente in Cassazione, in camera di consiglio». Ma è una provocazione, e prima di lasciare il parco, visto che fa buio e freddo, e il signor Cazzolino non è proprio in forze, vanno registrate almeno due frasi. Una: «I fazzoletti intrisi delle nostre lacrime metteranno le ali e voleranno lontane per sviluppare profonde radici di giustizia», che è il motto del parco. Due (la dice Giuliana Busto): «Mia nipote non ha neanche un ricordo di suo padre. Le avevamo fatto le gigantografie in camera, ma niente. Neanche un ricordo» . © RIPRODUZIONE RISERVATA Lo stabilimento Eternit di Casale nel 1986, quando venne chiuso.