Testata Il Fatto Quotidiano
Titolo Salvini: "Meno permessi umanitari, sono troppi"
Il documento. Ordini dall' alto - Una circolare invita i prefetti e la Commissione per il diritto d' asilo a stringere il più possibile le maglie: "Massima attenzione e assoluto rigore" Una circolare di Matteo Salvini invita i prefetti e la Commissione centrale per il diritto d' asilo a stringere le maglie sui permessi di soggiorno per motivi umanitari. Sono i permessi che si danno a malati gravi, donne incinte, persone che sono passate per i campi e le torture in Libia o altrove e a volte anche a stranieri che sono già qui e lavorano ma non riescono regolarizzarsi come semplici immigrati perché ci sono solo 30 mila posti l' anno. La direttiva è datata 4 luglio, fa parte della campagna che passa per la chiusura dei porti alle Ong (con l' avvio di una nuova fase nel confronto all' interno dell' Ue ma anche l' aumento dei morti in mare) e il pugno di ferro contro gli ambulanti sulle spiagge, su cui oggi il ministro dell' Interno farà una conferenza stampa. Salvini osserva che "sono in trattazione circa 136 mila richieste di protezione internazionale" e che "lo scorso anno sono state presentate oltre 130.000 istanze di asilo, di gran lunga superiori ai 119.000 migranti sbarcati sulle nostre coste", che nel 2018 fino a ieri sono stati solo 16.707. Salvini assicura altri 250 addetti alle Commissioni e chiede di accelerare le procedure che durano oggi tra i 10 mesi e i due anni, nonostante il suo predecessore Marco Minniti abbia già eliminato un grado di giudizio. "La percentuale di riconoscimento dello status di rifugiato - scrive il ministro dell' Interno - è stata pari al 7%, quella della protezione sussidiaria al 15%; sono stati inoltre concessi permessi di soggiorno per motivi umanitari nella misura del 25%, aumentata al 28% nell' anno in corso". Secondo Salvini, "si arriva al 40% con i ricorsi". L' asilo politico, ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, è concesso a chi teme di "essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche"; la protezione sussidiaria "qualora il soggetto non dimostri di aver subito una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, ma tuttavia dimostri il rischio di subire un danno grave". Il permesso di soggiorno per motivi umanitari, invece, è previsto dal Testo unico sull' immigrazione (decreto legislativo 286 del 1998 modificato dalla legge Bossi-Fini) per "seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano". L' istituto, rileva il ministro, non ha basi nel diritto comunitario, non esiste in altri Paesi Ue, tuttavia "rappresenta il beneficio maggiormente concesso" dal nostro sistema e "ha di fatto legittimato la presenza sul territorio nazionale di richiedenti asilo non aventi i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale il cui numero, nel tempo, si è sempre più ampliato, anche per effetto di una copiosa giurisprudenza (). Una varia gamma di situazioni collegate allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto personale, alle traversie affrontate nel viaggio verso l' Italia, alla permanenza prolungata in Libia, per arrivare anche a essere uno strumento premiale dell' integrazione". Salvini ieri ha spiegato che "donne incinte e bambini rimarranno", il provvedimento però potrà colpire persone che hanno vissuto situazioni drammatiche ritenute occasionali, i malati e chi chiede la protezione sulla sola base dell' inserimento lavorativo. Previsto per due anni, sottolinea il ministro, il permesso umanitario viene di fatto generalmente rinnovato "senza il pur previsto riesame dei presupposti". Ne ha beneficiato "un gran numero di persone che () ora permangono sul territorio con difficoltà di inserimento e con consequenziali problematiche sociali che, nel quotidiano, involgono anche motivi di sicurezza". Salvini richiama la sentenza della Cassazione del 23 febbraio scorso che richiede l' accertamento delle "condizioni di partenza di privazione o violazione dei diritti umani nel Paese di origine" e raccomanda alle commissioni la "massima attenzione" e il "più assoluto rigore e scrupolosità". Al Viminale spiegano che l' intenzione è mettere ordine di fronte a una giurisprudenza oggi profondamente diversificata: "Ci sono casi in cui un fratello ha avuto la protezione umanitaria e l' altro no". Ma se non cambia la legge è difficile che i giudici di merito si adeguino, bisognerà vedere come si orienterà la Cassazione. In realtà la stretta è già in atto: negli ultimi cinque anni la percentuale di rigetto totale delle domande di protezione internazionale è passata dal 39% del 2013 e del 2014 (su rispettivamente 23 mila e 36 mila domande esaminate) al 58 del 2015 (su 71 mila: è l' anno in cui i Paesi confinanti chiusero le frontiere a Nord dell' Italia), al 60 del 2016 (su 81 mila), al 58 del 2017 (su 91 mila), mentre la protezione umanitaria si aggira tra il 20 e il 28 per cento, ovviamente al netto delle sentenze che ribaltano le decisioni delle Commissioni. Il diniego trasforma i richiedenti asilo in irregolari o "clandestini", ma come è noto, per rimpatriarli c' è bisogno del consenso dei Paesi d' origine che in genere non c' è (gli accordi funzionano solo con Tunisia, Egitto, Nigeria, Sudan e Gambia). E così sempre ieri i Salvini ha fatto sapere di aver trasferito 42 milioni di euro dall' accoglienza ai rimpatri volontari. Per quelli coatti servirebbero molti più soldi da destinare ai nuovi Cpr (Centri di permanenza per i rimpatrio) in cui trattenere gli stranieri in attesa dell' identificazione (90 giorni massimo), ai viaggi (poliziotti accompagnatori, biglietti aerei, ecc) e ai governi riluttanti.