Testata L'Arena
Titolo Pfas, la Miteni dirotta su altri le responsabilità
AMBIENTE. La ditta cita un documento dell' agenzia europea Echa L' azienda vicentina chiama in causa la lavorazione delle pelli, il settore tessile, le cartiere e chi utilizza inchiostri e tinture. E si torna a parlare di alimenti Secondo la Regione e l' Arpav continuano a non esserci dubbi sul fatto che la questione-Pfas sia figlia dell' azienda chimica di Trissino, Miteni, che le sostanze perfluoro alchiliche le produce da decenni.Il responsabile del servizio controlli dell' Agenzia regionale per l' ambiente Alessandro Bizzotto, anche in questi giorni, ha sottolineato che il problema principale «resta l' inquinamento delle acque profonde, da cui pescano acquedotti pubblici e pozzi privati». La ditta vicentina, però, continua a dirigere verso altri le responsabilità. Lo ha fatto qualche giorno fa, presentando uno studio che lei stessa aveva commissionato, e lo è tornato a maggior ragione a fare in questi giorni, diffondendo i contenuti di un testo dell' agenzia di regolamentazione delle sostanze chimiche dell' Unione Europea, che ha sede ad Helsinki.«L' Echa ha pubblicato il 26 giugno scorso il documento che porterà alla definizione di una norma specifica sull' utilizzo del Pfoa (uno dei composti della famiglia dei Pfas più diffusi nell' area inquinata, ndr)», dice Miteni. Che poi rivela: «Echa indica tra i grandi utilizzatori di Pfoa la lavorazione delle pelli, il tessile, le cartiere e chi utilizza inchiostri e tinture».SECONDO L' AZIENDA, l' agenzia «non solo conferma quanto contenuto nella ricerca di Global Market Insight da noi diffusa, che rivelava l' uso di oltre 100 tonnellate anno di perfluorurati in Veneto, ma riporta quantitativi ancora più elevati». Stando a Miteni, Echa ha verificato sia la presenza di Pfoa allo stato puro che quella di sostanze che diventano Pfas in un tempo variabile fra qualche giorno e alcuni anni e che non sono ricercate con le analisi ambientali. «La sola industria della pelle del Veneto consuma ogni anno, secondo i dati dell' agenzia europea che li definisce per difetto, circa 160 tonnellate di sostanze che rilasciano Pfoa nell' ambiente, la cui presenza non è mai stata verificata negli scarichi industriali. A questi vanno ad aggiungersi 30 tonnellate di Pfoa e sali di Pfoa puri o utilizzati in miscele vendute in Europa», dice Miteni. «Era evidente dai calcoli delle concentrazioni che la diffusione di Pfoa non poteva avere come fonte principale Miteni, ma ora si deve verificare la situazione anche dei terreni di chi ha usato e sta usando dagli anni Sessanta Pfoa e sostanze che si trasformano in esso», aggiunge l' amministratore delegato dell' industria chimica Antonio Nardone.Il caso Pfas, d' altro canto, sembra destinato a tornare a far notizia anche per quanto concerne gli alimenti. Una ricerca compiuta da Istituto superiore della sanità e Regione aveva sostanzialmente escluso, salvo in casi marginali, che animali e vegetali siano fonte di assorbimento di Pfas. Quello studio, però, si basava su indicatori relativi alla dose di tollerabilità giornaliera, i cosiddetti Tdi, che servono anche per calcolare i valori guida sull' acqua. I Tdi sono in discussione a livello comunitario - l' autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) sta rivedendo quelli vigenti, a quanto pare prevedendone una netta diminuzione - e ora arrivano delle novità anche da una fonte autorevole, anche se non direttamente coinvolta. Il sindacato dei veterinari Sivemp, infatti, ha reso noto che il Dipartimento per la salute degli Stati Uniti ha pubblicato uno studio di ben 852 pagine sul profilo tossicologico di eventuali dei principali Pfas, proponendo livelli di rischio minimo molto più bassi di quelli vigenti non solo negli Usa ma anche da noi.