Testata La Repubblica
Titolo Alessandra Ziniti
di Una festa di compleanno Mamadou non l' aveva mai avuta. Per la verità, al paese suo, la Guinea Bissau, quando si compiono gli anni si ringrazia Dio di essere ancora vivi. Ma da quando è arrivato in Italia, anche nella comunità siciliana in cui lo hanno mandato dopo il suo sbarco, ha visto gli operatori della struttura allietare quel giorno con torta e candeline. E questo era il suo piccolo grande desiderio. Quando Roberta, qualche giorno prima del suo sedicesimo compleanno gli ha detto: «Ti piacerebbe fare la festa a casa mia, in terrazza? Puoi invitare i tuoi amici, mettere musica, ballare » , Mamadou l' ha guardata quasi senza capire. Poi, davanti a quel sorriso smagliante, gli occhi hanno cominciato a brillargli e una settimana dopo stava in terrazza a spegnere le candeline e a scartare piccoli regali. «È una delle cose più belle che mi siano capitate in tutta la vita», ha detto a Roberta prima di andar via. E per lei è stata una grande emozione e a stento ha trattenuto le lacrime che lui forse non avrebbe capito. Le lacrime di chi, con poco, riesce a far felice chi non lo è mai stato e gioisce per qualsiasi cosa lo faccia sentire una persona come tutte le altre. Soprattutto se, come nelle storie che stiamo per raccontarvi, sono bambini, ragazzini, diventati uomini troppo in fretta. Di compleanni da festeggiare insieme ce ne sono stati altri. A cominciare da quello di Roberta Lo Bianco, 35 anni e una bambina di 5, nata dal suo matrimonio con un ragazzo congolese. Ma di " figli" in questo momento Roberta ne ha altri due, Abdu e Mamadou. Fino a qualche mese fa a completare la "famiglia" c' era anche Peter, ma adesso è diventato maggiorenne ed è andato via dalla Sicilia, come capita quasi sempre ai minori migranti non accompagnati che, ospitati, seguiti, integrati fino ai 18 anni, vengono poi improvvisamente "lanciati" nel mondo adulto senza protezione, interrompendo spesso gli studi già avviati. Roberta non è la loro "mamma" affidataria, ma il loro "tutor". Non ospita in casa sua questi ragazzi arrivati su un barcone dopo aver attraversato il deserto e il mare, ma li segue nel loro percorso a ostacoli tra scuola, sanità, questura. E soprattutto cerca di essere per loro un punto di riferimento certo, una " spalla", anche quando - diventati maggiorenni - non toccherebbe più a lei occuparsi di loro. Senza prendere un euro, né di compenso né di rimborso spese; senza usufruire di permessi quando deve assentarsi dal lavoro per adempiere al suo ruolo, cercando un faticoso equilibrio pratico ed emotivo tra la sua famiglia di sangue e i nuovi arrivati. Che vanno e vengono, non sempre "rispondono" come si spera, spesso sono fonte di guai e preoccupazioni. Ragazzi che una famiglia non ce l' hanno più. O perché hanno perso uno o entrambi i genitori o perché, per provare a garantire loro un qualche futuro, papà e mamma, o chi dei due è rimasto, ha venduto quel che poco che aveva nel paese d' origine e ha "investito" tutto per pagare il viaggio che è una scommessa secca: o la vita o la morte per questi figli della guerra, della fame, delle malattie, del clima impazzito. Qualunque cosa li aspetti nel deserto, in Libia, sui gommoni, è sempre meglio di quello che lasciano a casa loro. Bambini e bambine, ragazzini e ragazzine, costretti a diventare grandi e a fare a meno dell' amore dei genitori che probabilmente hanno perso per sempre ma che sentono fortissima l' esigenza di trovare, nel loro nuovo mondo, non solo chi li accolga, li sfami, li aiuti, gli insegni una lingua e un mestiere, gli procuri un lavoro, ma soprattutto chi abbia voglia di allacciare con loro una relazione affettiva. Che li faccia sentire importanti per qualcuno. Come Roberta, in Italia, di tutor volontari per minori migranti, figura fondamentale nel percorso di integrazione delle decine di migliaia di ragazzini soli che ogni anno approdano dall' altra sponda del Mediterraneo, istituita l' anno scorso dalla legge Zampa, ce ne sono quasi 4.000 a fronte di 18.500 minori non accompagnati ospitati nei centri di accoglienza. Ma mentre i tutori sono distribuiti in modo uniforme tra le regioni, in Sicilia c' è la maggiore concentrazione di ragazzi, 5 su 10. Il che vuol dire che, proprio dove ce ne sarebbe più bisogno, la maggior parte dei minori stranieri è senza tutor. « La loro permanenza in Sicilia - è l' analisi stringente della Garante per l' infanzia Filomena Albano - rischia di far fallire tutto il sistema di accoglienza e protezione». In Piemonte e Val d' Aosta sono addirittura di più dei ragazzini che dovranno assistere; a Bolzano probabilmente i piccoli in marcia nel disperato tentativo di passare il Brennero hanno toccato il cuore di molti; in Lombardia e nel Lazio uno su due troverà sostegno e guida in famiglie pronte ad accompagnarli nel loro difficile percorso in Italia. È stata straordinaria, oltre ogni ottimistica previsione, la risposta dei cittadini all' istituzione del tutore volontario per i minori migranti non accompagnati che, arrivati qui da soli, hanno trovato accoglienza nelle strutture a loro dedicate. Quasi quattromila candidature e, dato ancora più stupefacente, oltre la metà di queste nelle regioni del nord e del centro Italia dove, oggi più che mai, trova terreno fertile l' intolleranza verso il flusso migratorio che ha assunto proporzioni inimmaginabili negli ultimi due anni con oltre 43.000 minorenni, tra i 12 e i 17 anni, sbarcati da soli sulle coste italiane. Tanto generosa l' adesione degli italiani all' albo dei tutori volontari, che l' Autorità garante per l' infanzia presso la Presidenza del Consiglio ha dovuto imprimere una frenata nel timore di sovraffollare i corsi di formazione obbligatori che non in tutte le regioni sono già partiti. « Non ci aspettavamo davvero una risposta così generosa - dice la Garante per l' infanzia Filomena Albano - i tribunali dei minori hanno cominciato a firmare le prime nomine e ad avviare i percorsi che consentiranno finalmente a migliaia di minori arrivati da soli di potere avere dei punti di riferimento in famiglie italiane. Famiglie che hanno voglia di accompagnarli nel cammino di integrazione nella nostra comunità dando loro la possibilità di ricreare un rapporto necessario per la crescita equilibrata di ogni individuo». Non devono ospitarli a casa loro né provvedere al loro sostegno economico, ma per i minori migranti, che resteranno dunque ospiti delle strutture loro dedicate, i tutori volontari saranno a tutti gli effetti genitori. La legge riconosce loro la responsabilità genitoriale e compiti di rappresentanza legale in tutte le circostanze in cui i ragazzi, non ancora maggiorenni, non potranno scegliere da soli: dunque a scuola come in un ospedale. Al tutore tocca il consenso per un intervento sanitario o per decidere gli studi, la vigilanza sul riconoscimento dei diritti e sulle condizioni dell' accoglienza, il monitoraggio dei percorsi di educazione e integrazione. Il tutto a titolo assolutamente gratuito e senza alcun congedo dal lavoro, e dunque, quando il tutore dovrà accompagnare il suo ragazzino a fare una visita medica o in qualsiasi altra attività dovrà prendere un giorno di ferie. « È un grosso limite della normativa - sottolinea Filomena Albano - per questo ho scritto al presidente del Consiglio e ai ministri competenti per chiedere l' adozione di alcune modifiche. Bisogna evitare che, alla lunga, queste criticità possano finire con il disincentivare i tutori dall' esercizio della loro funzione che ha come obiettivo diffondere un sentimento di genitorialità sociale che porti il tutore e il minore a sviluppare rapporti di tipo affettivo». La mappa delle candidature La mappa delle pioggia di candidature arrivate all' ufficio del Garante dell' infanzia offre una lettura sorprendente della disponibilità a questa sorta di " cittadinanza attiva" nei confronti dei piccoli migranti, soprattutto se incrociata con i numeri dei minori non accompagnati al momento presenti nelle comunità di prima e seconda accoglienza sparse sul territorio. Dei 18.508 attualmente censiti in Italia, il 52 per cento ( quasi 10.000) sono rimasti in Sicilia e Calabria, terre di primo approdo, ma è proprio al Sud, sorprendentemente, che si registra il numero più basso di candidature: solo 265 in Sicilia e 103 in Calabria ( più o meno una ogni 30); ben poca cosa rispetto alle disponibilità registrate in Piemonte e Val d' Aosta dove i 589 aspiranti tutori sono di più dei 466 minori non accompagnati presenti nella rete di prima e seconda accoglienza, o a Bolzano con i suoi 106 quasi pari ai 112 ragazzini ospitati. Adesioni record anche nel Lazio (700) e in Lombardia (581). Cifre alle quali devono aggiungersi quelle del Veneto, apripista nel settore, che ha da tempi istituito un albo unico di tutori per minori di qualsivoglia nazionalità. Figure di riferimento che, per le migliaia di ragazzini e ragazzine arrivati da soli in Italia, restano importantissime anche dopo il diciottesimo compleanno quando in tantissimi si ritrovano improvvisamente sradicati dalle piccole comunità che li hanno ospitati e persino costretti ad interrompere gli studi per essere trasferiti in centri per richiedenti asilo riservati agli adulti. Uno snodo delicatissimo in cui i ragazzi rischiano anche di entrare nel circuito dell' illegalità. Spiega la Garante per l' infanzia: « Nonostante, dopo la mia segnalazione, il Viminale abbia emanato una circolare ad hoc, in Italia molte questure continuano a non rilasciare a questi ragazzi ( che quasi mai arrivano con il passaporto) il permesso di soggiorno per minore età, come prevede la legge. Con il risultato che, in moltissimi casi, al compimento dei 18 anni non può avvenire la conversione in permesso di studio o di lavoro. Di più: così facendo si spingono i ragazzi a chiedere la protezione internazionale anche se i loro paesi di provenienza non sono tra quelli che la prevedono. E sapete qual è il risultato paradossale? La maggior parte corre il rischio di averlo negato e quindi di essere espulso o di entrare in clandestinità e quelli che invece lo ottengono si ritrovano costretti a tagliare ogni contatto con il loro paese d' origine senza avere più la possibilità un giorno di poter tornare dalle loro famiglie». Maria Letizia e Sambou Prendi la storia di Sambou e Maria Letizia. Diciotto anni fatti a dicembre lui, 50 lei. Che ora dice: «Sambou fa parte della mia famiglia a tutti gli effetti. E' strano dire: sono stata il suo tutor. Sambou ha più bisogno di me ora che prima. Da quando sono la sua "ex" tutor l' impegno è aumentato tantissimo e lui è nella fase della sua vita forse più delicata». Maria Letizia Barone fa il commissario di polizia municipale, ha due figlie di 25 e 22 anni che hanno accolto il ragazzo gambiano come un fratello. «Abbiamo il nostro gruppo whatsapp che si chiama "One love family" mutuando la canzone di Bob Marley. Lui ha fatto 18 anni, ma io continuo a seguirlo e a badare che non si metta nei guai. Sambou è riuscito a creare un bellissimo rapporto con le mie figlie che lo coinvolgono quando possono. E' un ragazzo psicologicamente molto fragile, ha 18 anni, ma è come se ne avesse 13, è rimasto orfano di padre da piccolo e la madre era priva di qualsiasi mezzo per il suo sostentamento. Così è partito da solo, a 14 anni, come fanno tantissimi suoi coetanei in Gambia. Ha lavorato lungo la strada per pagarsi il viaggio, dormendo dove capitava. Poi è stato rinchiuso in un centro di detenzione in Libia. Mi ha raccontato che lo tenevano sempre al buio, che ha visto sparare a diversi suoi compagni di viaggio nel deserto, che ogni giorno in prigione moriva sempre qualcuno. E che aveva il terrore che prima o poi sarebbe toccato a lui. Dopo settimane lo hanno rilasciato. "Se mi dovete sparare, fatelo. Perché tanto a casa non ho nessuno che può pagare per me", ha detto stremato ai trafficanti. Che hanno finito per metterlo su un gommone. Per lui la traversata è stato un tale trauma che un giorno che volevo portarlo al mare mi ha risposto: "Non lo voglio vedere, mi fa paura"». Insomma, 18 anni o no, tutela legale o no, non sarà certo la raggiunta maggior età a recidere quel legame che si è continua.