Testata Il Fatto Quotidiano
Titolo La marcia senza fine per dire addio al nucleare
È finita nel dimenticatoio, sepolta da ritardi e calcoli elettorali. Ha una sigla che quasi nessuno ricorda, Cnapi. Eppure è la vera uscita definitiva dall' era nucleare, la grande opera che potrà finalmente chiudere le centrali dismesse e i depositi ad alto rischio sparsi in tutta Italia. Cnapi è l' acronimo di Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, ed indica l' elenco dei siti ritenuti sicuri per realizzare il deposito unico nazionale per i rifiuti radioattivi. Un' opera che vale complessivamente un miliardo e mezzo di euro. Strategica, delicata e, al momento, ultrasegreta. Quella carta - arrivata mesi fa ai due ministeri competenti, l' Ambiente e lo Sviluppo economico - è al momento classificata. Finché non verrà pubblicata nessuno conosce le località. È parte di un lungo processo iniziato quattro anni fa, che dovrà portare a una discussione nazionale pubblica per decidere dove realizzare il deposito, destinato ad accogliere in sicurezza le scorie prodotte dallo smantellamento delle centrali nucleari e da quelle attività che producono rifiuti radioattivi. Ad esempio i resti delle radioterapie, vero problema in Italia. Al momento ci sono 14 siti sparsi da Nord a Sud (vedi mappa) che contengono fusti con sostanze radioattive. Non sempre sicuri, come è il caso di Statte, in provincia di Taranto, dove 16 mila contenitori sono rimasti per anni in un capannone abbandonato, fino all' intervento deciso della commissione parlamentare d' inchiesta sul ciclo dei rifiuti della scorsa legislatura. Da circa un anno sta operando per liberare quella struttura, ma senza un deposito nazionale il problema è solo rinviato. L' iter per l' approvazione della carta è complesso. La fase preliminare, esclusivamente tecnica, prevede la riservatezza assoluta delle informazioni. Il primo passaggio si è concluso il 2 gennaio 2015, quando Sogin (la società di Stato che gestisce lo smantellamento delle centrali nucleari) ha inviato a Ispra (l' Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) la carta dei siti potenzialmente idonei. Il 13 marzo 2015 l' agenzia ambientale nazionale ha concluso la fase di validazione dei dati, consegnando tutti i report ai ministeri dell' Ambiente e dello Sviluppo economico. Tutto sembrava pronto per la pubblicazione; in realtà era solo l' inizio di un lungo calvario ancora non terminato. Dopo avere ricevuto la proposta di Cnapi, il governo di allora chiese di effettuare ulteriori approfondimenti. In poco tempo l' Ispra risponde, e il 20 luglio 2015 invia di nuovo la carta aggiornata. Nulla accade per due anni e mezzo. I due ministeri avrebbero dovuto procedere alla pubblicazione, la Sogin era pronta ad avviare la fase successiva. Arrivano poi il referendum costituzionale e, nel 2016, le elezioni amministrative. Meglio non far uscire quella mappa, meglio evitare contestazioni. Qualcosa inizia a muoversi all' inizio di quest' anno. Lo scorso gennaio è la stessa Sogin a inviare una proposta di aggiornamento, che Ispra risolve rapidamente. Il 29 marzo scorso la carta arriva, per la terza volta. al Mise e all' Ambiente. Il ministro Calenda decide di lasciare la decisione di pubblicare la carta al governo successivo L' epopea della carta non finisce qui. Lo scorso maggio Sogin comunica che la carta sismologica italiana era stata rivista e chiede ad Ispra un ulteriore aggiornamento. L' agenzia ambientale a sua volta decide di interpellare i due ministeri di riferimento, visto che l' ulteriore modifica non era prevista nella legge che regola il processo di individuazione del deposito nazionale e che, in ogni caso, i cambiamenti potevano essere effettuati anche dopo la pubblicazione. A quella richiesta fino ad ora - spiegano fonti Ispra - ha risposto solo il ministero guidato dal generale Costa ma non il ministero dello Sviluppo economico. Tutto è di nuovo fermo. Nel frattempo alcune fonti ministeriali che chiedono l' anonimato riferiscono che sarebbe stata richiesta anche una "semplificazione della carta", con una riduzione del numero dei potenziali siti. Notizia questa però smentita dall' Agenzia ambientale nazionale. Se così fosse c' è il rischio concreto di rallentare ulteriormente la caduta del segreto sulla carta. Una spada di Damocle pende sull' Italia. Il combustibile nucleare delle centrali in via di dismissione, proprio per l' assenza di un deposito nazionale in grado di garantire la sicurezza, è stato inviato negli anni scorsi in Francia e Inghilterra. L' accordo, però, è a tempo e il rientro è previsto tra il 2020 e il 2025, come aveva ricordato l' ex ministro del Mise, Carlo Calenda, durante le sue due audizioni in parlamento nel 2016 e nel 2017. Per realizzare il deposito serviranno circa 5 anni da quando verrà avviata la complessa procedura di consultazione pubblica. E il punto zero sarà la data di pubblicazione della Cnapi. Dal primo elenco di siti "potenzialmente idonei", dopo una prima fase di discussione con le comunità locali, uscirà una short list. Solo successivamente le amministrazioni coinvolte potranno presentare una manifestazione d' interesse. Il tutto al netto delle contestazioni, intoppi burocratici o cambiamenti delle norme. Il conto alla rovescia è iniziato.