Testata Il Sole 24 Ore
Titolo Per un nuovo umanesimo del lavoro
Con-vivere festival a Carrara I limiti dell' attuale cultura del lavoro sono ormai da tutti riconosciuti, anche se non c' è convergenza di vedute sulla via da percorrere per giungere al loro superamento. La via che il paradigma dell' economia civile suggerisce parte dalla presa d' atto che il lavoro, prima ancora che un diritto umano, è un bisogno insopprimibile della persona. È il bisogno che ogni uomo avverte di trasformare la realtà di cui è parte e quindi di edificare se stesso. Riconoscere che quello del lavoro è un bisogno fondamentale è affermazione assai più forte che dire che esso è un diritto. E ciò per l' ovvia ragione che, come la storia insegna, i diritti possono essere sospesi o addirittura negati; i bisogni, se fondamentali, no. È questo bisogno a dare fondamento non solo giuridico ma anche etico al diritto al lavoro. È noto che non sempre tutti i bisogni possono essere espressi, direttamente, in forma di diritti civili e politici. Ad esempio, bisogni come solidarietà, fraternità, riconoscimento, senso di appartenenza non possono essere rivendicati come diritti. Per ragioni di spazio non mi soffermo a illustrare e commentare la mole ragguardevole, e in continuo aumento, di dati statistici su disoccupazione e precarietà del lavoro in questo nostro tempo caratterizzato dalla dominanza delle tecnologie convergenti del gruppo Nbic (Nanotecnologie, biotecnologie, information technologies, cognitive sciences). Mi limito ad osservare che se è vero che il digitale cambia la relazione tra conoscenza e lavoro, mettendo in seria discussione i posti di lavoro tradizionali, e se è vero che la tecnologia ha sempre distrutto e creato lavoro, l' esito non è una società senza lavoro - sarebbe pura fantasia crederlo - ma una trasformazione radicale dello stesso. Quel che è certo è che è mutato il meccanismo di sostituzione: quello che ha funzionato, più o meno bene, durante le prime due rivoluzioni industriali, oggi con l' intelligenza artificiale e con la robotica non funziona più. Allora le macchine sostituivano il lavoro fisico dell' uomo spingendo verso mestieri di maggiore valore cognitivo; ora la nuova traiettoria tecnologica copre l' intero spettro cognitivo. In un' economia avanzata, la disoccupazione non è mai colpa del progresso tecnico, ma dell' inadeguatezza dell' assetto istituzionale e delle politiche messe in campo. È un fatto che le nuove tecnologie liberano tempo sociale dal processo produttivo, un tempo che l' attuale assetto istituzionale trasforma in disoccupazione oppure in forme varie di precarietà. L' aumento, a livello di sistema, della disponibilità di tempo continua ad essere utilizzato per la produzione di cose o servizi di cui potremmo tranquillamente fare a meno e che invece siamo "costretti" a consumare, mentre non riusciamo a consumare o ad avere accesso ad altri beni perché non vi è chi è in grado di produrli. Il risultato è che troppi sforzi ideativi vengono indirizzati su progetti tesi a creare modeste occasioni di lavoro effimere o transitorie, anziché adoperarsi per riprogettare la vita di una società post-industriale fortunatamente capace di lasciare alle nuove macchine le mansioni ripetitive e dunque capace di utilizzare il tempo così liberato per iniziative che dilatino gli spazi di libertà dei cittadini. Il punto che merita attenzione è che occorre distinguere tra impiego, cioè posto di lavoro, e attività lavorativa. In ciascuna fase dello sviluppo storico delle economie di mercato è la società stessa, con le sue istituzioni, a fissare i confini tra la sfera degli impieghi (il lavoro salariato) e la sfera delle attività lavorative. Tale confine è, oggi, sostanzialmente il medesimo di quello in essere durante la lunga fase della società fordista. È questa la vera rigidità che occorre superare se si vuole avere ragione del problema in questione. Pensare di dare un lavoro a tutti sotto forma di impiego sarebbe pura utopia (o peggio, pericolosa menzogna). Quel che va fatto è favorire, con politiche intelligenti e coraggiose, il trasferimento del lavoro "liberato" dal settore capitalistico dell' economia al settore sociale della stessa. In sostanza, si tratta di muovere passi decisi, sicuramente fattibili, verso l' attuazione pratica della biodiversità economica - un principio che la più recente e accreditata letteratura di economia ha indicato come condizione sine qua non per incamminarsi su sentieri di sviluppo umano integrale. Un punto deve, in ogni caso, essere tenuto fermo: il lavoro si crea, non si redistribuisce quello che già c' è. È il fare impresa la via maestra per creare lavoro. Ma l' impresa che crea lavoro non è solamente quella di tipo capitalistico. Oggi, questo è concretamente possibile a condizione che lo si voglia e che ci si liberi da anchilosanti forme di pigrizia intellettuale e di irresponsabilità politica. È a tale prospettiva che guarda il programma di ricerca dell' economia civile. © RIPRODUZIONE RISERVATA.