Testata La Stampa
Titolo "Ci sono 800 milioni contro il dissesto che l' Italia non ha voluto utilizzare"
Werner Hoyer . Il presidente della Banca Europea degli Investimenti: servirebbero per prevenzione e ricostruzione Per spiegare quanto l' Europa ha bisogno di maggiori investimenti, e non solo per allontanare la minaccia di una recessione, Werner Hoyer porta il suo pensiero da Davos al Polcevera. «L' Italia è stata colpita in modo terribile dal crollo del ponte Morandi di Genova - spiega il numero uno della Banca europea per gli investimenti - ma la stessa cosa sarebbe potuta succedere a Stoccolma, Londra o Berlino». Il problema, argomenta il tedesco, è che «trascuriamo la qualità delle nostre infrastrutture», sfidando l' esigenza sottolineata dall' Ocse di calcolare almeno il 50% del costo di un' opera per la manutenzione. «Noi europei, ne utilizziamo appena il 17%, consentendo il deterioramento delle nostre infrastrutture: capisco che agli ingegneri piace di più costruire nuove cose che mettere in sicurezza le vecchie, ma dal punto di vista economico e dei cittadini è una pessima decisione». Disturba Hoyer la stasi europea in settori come l' innovazione, ma non solo. Quando arriva nella conversazione la storia degli 800 milioni di prestiti agevolati che la Bei ha pronti per combattere il dissesto idrogeologico della nostra fragile penisola - somma che Roma per ora non risulta intenzionata a usare - il banchiere ammette di trovarla «una storia triste, perché quando si verificano delle catastrofi naturali noi cerchiamo di essere rapidi nel mettere a disposizione fondi che consentano la ricostruzione e la messa in sicurezza». Ora, assicura, «ho chiesto ai miei servizi di fare pressione sul governo italiano perché questa opportunità non sia perduta». Vedremo. Presidente, si deve aver paura per l' economia globale? «Ho una risposta a due facce. La prima è che sono preoccupato perché vedo segnali di incertezza che arrivano con le guerre commerciali, la frenata cinese, e il futuro incerto del multilateralismo, che insieme comportano un rischio di deterioramento della congiuntura, in Europa e anche in Germania. La seconda è la convinzione che se lavoriamo tutti insieme e agiamo in modo razionale possiamo mettere le cose a posto». Come? «Non è possibile influenzare la crescita cinese, ma possiamo far sentire la nostra voce e dire che è il momento di consolidare il multilateralismo ed evitare che il mondo vada alla deriva. Se ci penso, sono ottimista. Il messaggio passato qui a Davos in favore del libero commercio è stato forte a ogni livello». L' ultima manovra italiana è accusata di non avere abbastanza per gli investimenti per invertire il ciclo. È un problema? «Non tocca a me giudicare le scelte dei singoli Paesi. Nel contesto europeo, però, i rischi di rallentamento dell' economia richiedono una reazione immediata. Oltretutto, un' eventuale caduta della crescita sarebbe ancora più pericolosa perché coinciderebbe con la debolezza strutturale che mina la nostra economia: non investiamo abbastanza in innovazione e ricerca, e da quindici anni lo facciamo sempre meno erodendo il potenziale competitivo del nostro continente». È grave? «Stiamo perdendo la sfida tecnologia con l' America e l' Asia. I cinesi ci copiano e sviluppano meglio i loro prodotti. I regimi autocratici progrediscono più rapidamente di noi, e con più risultati, sulla strada che permette di migliorare i nostri standard di vita. È così che si attira la gente nella parte non democratica dello spettro politico. Questo mi preoccupa. Se continuiamo così, la democrazia è minacciata». Vuole un' azione corale, ma il piccolo caso degli 800 milioni del dissesto rifiutati è corrotto anche da uno spirito antieuropeo. «I problemi della gente non saranno risolti da sentimenti antieuropei, ma dalla solidarietà che l' Europa saprà dimostrare». Nell' opinione pubblica c' è chi vi combatte semplicemente perché siete "una banca". Mai pensato di cambiare nome? «Siamo un' istituzione di professionisti che presta a Stati e imprese a tassi favorevoli, dunque siamo una banca, non un ente di beneficenza. La nostra attività può avere effetti straordinari per la collettività. Se fossimo considerati una «charity» tutti ci chiederebbero donazioni, ma non sarebbe questo il nostro mestiere. Abbiamo una responsabilità nei confronti dei cittadini. Dobbiamo fare cose buone e sostenibili col loro denaro, dunque vogliamo che i soldi siano rimborsati. Non rinunceremo mai a essere "banca"». BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI.