Testata Il Quotidiano della Calabria
Titolo LA TEMUTA ZZÂ FILIPPA
IL LIBRO Un saggio sull' eros popolare calabrese e sulle case chiuse prima del '58 'Azzâ Filippa» era il nome che i catanzaresi del tempo che fu, non disdegnando il sesso mercenario, davano alla sifilide. Malattia venerea temutissima ma esorcizzata con uno slang crepuscolare. Di fresca pubblicazione arriva un originale e curioso saggio sull' eros nella letteratura popolare scritto da Antonio Iannicelli ("Curiosità erotiche e salute pubblica in Calabria - A zzâ Filippa e le case di tolleranza a Catanzaro", Edizioni "Il Coscile" di Castrovillari, pag. 203, euro 15). L' Autore, attingendo dagli archivi della città (Archivio di Stato, Archivio storico Comunale, Archivio dell' Arcidiocesi e Archivio Manicomio in Girifalco), ha ricostruito un pezzo di storia sociale del capoluogo, di inizio secolo scorso, descrivendo, attraverso anche le testimonianze di frequentatori delle "case" di quel tempo, comportamenti, costumanze, paure e tolleranze della città. Egli scrive: «Le memorie, trasmesse con molta disinvoltura e prive ormai di quel falso pudore imposto dalla morale comune, documentano il buon ricordo che tali frequentatori conservavano di quei luoghi, "ove erano stati iniziati al piacere diventando uomini", e di quel tempo. Descrivendo i comportamenti sessuali in tutta naturalezza, sebbene velati da un linguaggio ed un modo di essere ritenuto osceno dalla cultura dominante, costoro hanno saputo rendere il loro racconto accattivante ed avvincente permettendo all' autore di rendere una pagina di storia sociale del Capoluogo davvero curiosa ed interessante prima che l' oblio potesse cancellarla definitivamente». Un saggio di storia, di costume, di linguaggio, di antropologia. Il lavoro, "age volato" dalla constatazione della trasformazione e cambiamento del nostro comune senso del pudore, ha permesso all' auto re di riprodurre, con una certa naturalezza, seppur condizionata, curiosità e comportamenti riguardanti l' eros dei calabresi. Difatti, nel primo capitolo del lavoro, oltre ad essere trattate le curiosità erotiche, con completezza di analisi, si esamina l' eros nella letteratura popolare calabrese. A parlare quindi non è solo la gente comune, con i proverbi, i detti ed i racconti a contenuto erotico, ma sono soprattutto i nostri poeti e scrittori calabresi, da Ammirà a Padula, da Donnu Pantu a Pane, da Butera ad Enotrio passando per Alvaro, constatando, come la poesia erotica calabrese, quale espressione letteraria, nel corso dei secoli, non è stata affatto "mino Un libro oltre che curioso, interessante per originalità di contenuti, per come si è espresso l' antropologo Domenico Scafoglio, nella presentazione: «ricco di elementi utili per la costruzione di una etnografia della sessualità popolare, ormai soggetta a trasformazioni a volte radicali, che rischiano di devastare le forme creative tradizionali dell' erotismo e dell' amore». Una fatica che scava, «senza gli eccessi della curiosità pruriginosa», e per la prima volta, dentro i lati oscuri di una città di provin cia. La storia delle case chiuse. «Si fa, ma non si dice, e chi sorride tace, fa il mendace...», recitava più o meno così il motivetto. Gli universitari portavano il cappello a punta che poi sarebbe stato spazzato via nel decennio successivo dalla rivoluzione studentesca del '68. Il gallo cedrone portava sul petto il decoro della classe sociale, vera o presunta, evitando di frequentare le case di tolleranza chiuse nel 1958. Esattamente il 20 settembre. Un' altra breccia si apriva nel costume italiano. In Calabria i "casini", ufficiali e legali, non erano molti. Si concentravano soprattutto nei tre capoluoghi di provincia: Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria. Ma anche nei centri che erano crocevia di traffici commerciali. Le zone adiacenti alle stazioni ferroviarie erano i posti adatti a ospitare i lupanari. Gente che andava e veniva, passo veloce e testa bassa. I goliardi no. Entravano cantando una botta e via. Era una Calabria ancora contadina e piccolo-borghese, un po' bigotta, forse timorata, ma non rinunciataria e, soprattutto, con scarse possibilità economiche. Però, per un bicchiere di vino e per una marchetta, i soldi si trovavano sempre. Allora non c' era l' inflazione, e l' unico paniere che si conosceva era il cesto del fruttivendolo. I più facoltosi, impiegati, commercianti, professionisti più che altro, per non farsi vedere in città, nella propria città, facevano delle puntatine a Roma, viaggiando di notte magari in terza classe, in via del Leonetto o in via delle Mercede, oppure a Na poli in via Sergente Maggiore o in via Nardones, o più frequentemente a Bari e Messina, dove trovavano le bocche di rosa che i rotocalchi facevano intravedere con servizi col doppio senso. I barbieri regalavano l' almanacco profumato con le donnine seminude. Il massimo dell' attrazione era Brigitte Bardot. Un' icona sexy per l' Italiet ta morigerata. Per la quotidianità bisognava accontentarsi delle frequentazioni locali, piene di sotterfugi, "passavo per caso", "cos' hai capito", con una scelta limitata ma dignitosa. Le signorine sostavano quindici giorni, la cosiddetta "quindicina", per un turnover che aveva il doppio scopo di variare la scelta e non lasciarsi contaminare da relazioni con le varie realtà locali. Anche se, dopo la chiusura, molte di queste donnine si rifecero una vita proprio in loco, trovando marito, mentre altre continuarono a battere con diverse modalità. La "quindicina" aveva una sua ritualità. Appena sbarcate, le nuove venivano prese alla stazione dalle carrozzelle e portate in giro per fare vedere l' av venuto ricambio. C' era poi un' architettura e un' urbanizzazione delle location. Lo stile interno, e qualche volta esterno, era molto liberty, lievemente dandy, con vetrate e fregi particolarmente allusivi. Il tratto comune era dato dalle persiane perennemente chiuse che i minorenni cercavano di violare con un' impossibile spiata. Prima della chiusura ci fu un record di documenti falsificati, anche grossolanamente per dimostrare di avere 21 anni. I siti erano presso ché occultati nei vicoli dei centri storici, ma l' imbarazzo delle famiglie rimaneva, non potendosi celare il via vai di gente. I militari, che formavano la principale massa critica, venivano controllati dalle ronde, mentre gli studenti universitari, quelli più irrequieti, venivano rabboniti caso per caso. Anzi, casa per casa. Di più: casino per casino. Il bordello, anche quando non si aveva la possibilità di consumare, era il buen retiro dei perdigiorno che riparavano negli aciduli divanetti del salottino, profumati di borotalco e violetta, solo per assistere, accontentandosi di un "brodino", sotto l' oc chio vigile della maîtresse di turno, ovvero la tenutaria avanti con gli anni e collettore delle marchette che trasformava in equivalenti gettoni con i quali si tiravano icon ti della giornata. Ma come era la Calabria delle case chiuse? Non esiste una mappa storica delle case a luci rosse. C' è la ricerca del cronista che scrive, non esaustiva ma parecchio vicina al vero; una ricostruzione resa possibile dal contributo mnemonico di arzilli reduci con ricordi ancora lucidi, corroborati da una ricca aneddotica. A Cosenza la casa più famosa era il Belvedere in via Santa Lucia, nel centro storico, ma c' erano altri due siti in via Garibaldi, alle spalle del cinema Morelli. A Paola, vicino la stazione, in via delle Marine (oggi Strada nuova del mare), c' era la casa di Balilla, una tenutaria catanzarese. A Crotone il sito popolare per antonomasia era in una traversa di via Cutro, il casino di P. (il nome è celato per la privacy degli eredi), mentre pare che ce ne fosse un altro vicino alla stazione. A Nicastro il casino era in via XX Settembre, mentre a Vibo Valentia era situato in piazza Terranova, vicino alla salita del Carmine. La provincia reggina si riversava in massa a Messina, soprattutto nel casino di viale Monza. Comunque a Reggio Calabria c' erano tre case chiuse. Quello della signora B.B. (anche qui privacy sul nome) in via Brancati (una traversa di via Genoese Zerbi) e, poi, altri due nella zona di Reggio -Campi, uno di fronte all' altro; quello di Stefanita in via Firenze e quello della Veneziana in via Genova. Altro sito era a Gioiosa Jonica (Rc). Il mercato più fiorente era a Catanzaro dove c' erano ben 4 casini ufficiali: uno di lusso, uno per la middle class, il ceto impiegatizio, e due nazional-popolari. Anche perché, a quel tempo, nel capoluogo era insediato l' Esercito. La casa più costosa era la Vergani in via Cacciatori, vicino al teatro Politeama. Gli altri tre casini erano nel rione Pianicello. La casa media era quella di Annarella, mentre il vulgo andava da Donna Peppina o da Renata. Il saggio di Iannicelli è ricco di aneddoti. Era passata da poco la mezzanotte del 20 settembre 1958 quando si aprirono le persiane delle case di tolleranza. Si chiudevano i portoni e si aprivano le finestre. Il segno plastico del trapasso. Qualche minuto prima i galli italiani consumarono l' ulti ma sciamberga (nel senso di scopata) di Stato. In quel crepuscolo di baldoria si bruciò la prima notte bianca, un' ubriacatura goliardica al canto di: «osteria numero 1... al casino non c' è nessuno...». Il più antico mestiere del mondo, la prostituzione, venne cancellato per legge. Si applicava la n. 75 del 20 febbraio 1958, titolata: "Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui". Nel 1958 le "case" autorizzate erano 560, per un totale di appena 2.700 prostitute, tuttavia muoveva un giro d' affari notevole. I prezzi, in realtà, erano stracciati: ogni prestazione costava da un minimo di 200 lire, 5 minuti in una "casa" di terza categoria, fino a 4.000, cioè un' ora in una "casa" di lusso; in moneta attuale da 2,4 a 48 euro. Detto così sembra pochissimo, ma contando che ogni ragazza era "usata" da 30 a 50 clienti al giorno, la somma che si ottiene è di tutto rispetto. Su quell' evento furono scritti libri, girati film (ad esempio: Roma, Le notti di Cabiria, Adua e le compagne), un intero genere che fece cassetta e suscitò morbosa curiosità. I registi italiani amavano affidare il ruolo della puttana bizzarra a Sandra Milo, che girò diversi film prima e dopo l' in terpretazione ne "Il Generale della Rovere". C' era il lato romantico, triste e liberatorio, l' aspetto socio -sanitario, di costume e quant' altro.